Diario dal Congo (Eugenio Melandri)

23 luglio: ci siamo tutti

Non manca nessuno all'appuntamento. Si parte. Un po' di emozione. Un po' di apprensione per questo viaggio che non è come gli altri. Tutti hanno fatto giornate intere di preparazione per rispondere bene alla sfida di un evento che ha dell'eccezionale. Abbiamo deciso di essere osservatori alle elezioni che si tengono in Congo per la prima volta dopo 40 anni. Il fatto poi che un gruppo di “pacifisti” parta dall'aeroporto militare di Ciampino, con un volo dell'aeronautica militare la dice lunga sull'eccezionalità dell'evento. Il Governo ha voluto darci una mano. Arriva Patrizia Sentinelli, Vice Ministra degli esteri con delega all'Africa Sub-sahariana. Ci accompagnerà nel viaggio. Arriverà con noi fino a Kigali, poi tornerà immediatamente a Roma per altri impegni. Ma ha voluto esserci.

I primi saluti poi la partenza. Ci guardiamo in faccia. Mentre saliamo la scaletta dell'aereo, don Albino resta indietro, estrae una piccola macchina da ripresa e gira. Adesso si mette anche a filmare. Ci mancava solo questo a don Albino. Un prete strano che da anni insieme con altri sta portando avanti in molte direzione l'impegno di “Beati i costruttori di Pace”. Torno un attimo indietro con la memoria alle tante volte che siamo stati insieme durante questi anni. Oddio, non sempre abbiamo avuto le stesse idee. A volte abbiamo anche litigato. Ma come si fa a non esserci quando Albino organizza qualcosa? A me pare che abbia una particolarità: quella di riuscire a fare e organizzare le iniziative più complicate. Quella di intestardirsi e riuscire a mettere in piedi azioni ed eventi che in partenza sembrano impossibili. E' stato così quando ha portato 500 persone a Sarajevo assediata. C'era ancora don Tonino allora. Già colpito inesorabilmente dal cancro. Era stato lui a lanciare l'idea. E, naturalmente, Albino l'aveva fatta sua, dandogli le gambe della concretezza e dell'organizzazione. Chi non ricorda il teatro buio di Sarajevo, quando don Tonino, prendendo la parola, aveva rivendicato il ruolo decisivo dell'”Onu dei poveri”? Lo stesso è avvenuto, quando insieme con “Chiama l'Africa” e altre organizzazioni, è riuscito a farci arrivare a Butembo, proprio nel Kivu dove adesso stiamo andando, per testimoniare a mani nude la nostra vicinanza con un popolo vittima di una guerra dimenticata da tutti. Chi c'era non potrà dimenticare l'accoglienza commovente di tutta la città quando a sera siamo arrivati dopo due giorni di viaggio da Kampala. Sono passati cinque anni da allora. Ma qui tutto ancora ricordano quei trecento italiani con i quali per una settimana avevano costruito il Simposio Internazionale per la Pace in Africa (SIPA). E non sono pochi a sostenere che proprio dal SIPA sia partito il Dialogo intercongolese che ha portato finalmente a queste elezioni.

Adesso siamo in volo. Parte anche questa avventura che, sotto diversi aspetti, è più impegnativa delle altre. La quasi totalità dei partecipanti dovrà svolgere il ruolo di “osservatore internazionale”. Dovrà farlo seriamente, rispettando le regole, rispondendo coscientemente a un questionario dettagliato di notizie da raccogliere. In questa direzione sono andati i giorni di preparazione. Qualcuno rilegge il “manuale” con tutte le istruzioni. Ma le luci dell'aereo si spengono. Si dorme. Lontano, all'orizzonte, una luce rossa che colora il deserto ci dice che stiamo andando verso il sole.

24 luglio: da Kigali a Changugu

Kigali, la capitale del Ruanda, è un enorme cantiere. Qui sono arrivati tutti a fare progetti. Anche il comune e la Provincia di Roma hanno fatto un gemellaggio. Mi dicono che gli Usa qui stanno mettendo le linee telefoniche con cavo ottico: Roba che non esiste neanche da noi. Il fatto è che sul governo di Kigali gli Stati Uniti hanno scommesso da anni. E forse ha origini proprio qui, nella capitale di questo piccolo stato, la grande crisi che ha portato il Congo a vivere due guerre senza fine che hanno provocato circa quattro milioni di vittime.

Il fatto è che, prima con la guerra e il genocidio ruandese che ha portato Kagame al potere in Ruanda, poi con l'invasione del Kivu prima e di tutto il Congo poi ad opera dell'esercito di Kigali che, di fatto, è partita questa tragedia.

Ricordo di essere stato qui all'indomani del genocidio e della grande fuga che aveva portato in Congo e nei paesi limitrofi centinaia di migliaia di profughi. In mezzo a loro c'era di tutto: dai miliziani responsabili del genocidio, fino alla gente comune, la stragrande maggioranza, che cercava soltanto di fuggire dalla guerra e dalla morte. I campi profughi, per disposizione internazionale, dovrebbero essere almeno a trenta chilometri dal confine. Qui erano proprio sul confine. Con scontri e attacchi da entrambi le parti. Fino al 1996, quando Kigali, mandando avanti i Bania Mulenge (ruandesi da anni abitanti in Congo) ma con dietro l'esercito ruandese, aveva attaccato. Per liberarsi dai miliziani. Un attacco che in pochi giorni aveva portato all'occupazione di tutto il Kivu e che, nel giro di poco tempo, sarebbe arrivato a Kinshasa. L'esercito di Mobutu ormai non esisteva più. Per questo dal Ruanda avevano chiamato Laurent Kabila, un ricco commerciante dal passato rivoluzionario e l'avevano messo formalmente alla testa di un esercito che non era suo. In questo modo la guerra assumeva l'aspetto di guerra di liberazione da un dittatore, Mobutu, che ormai, finita la guerra fredda, nessuno aveva più il coraggio di difendere.

Kabila era arrivato a Kinshasa, si era proclamato presidente dello Zaire, che con lui assumeva di nuovo il nome di Repubblica Democratica del Congo. Di fatto a comandare realmente era l'esercito ruandese.

Il 2 agosto 1998, Kabila decide, accampando la ragione di prevenire un colpo di stato, di allontanare tutti i ruandesi dall'esercito. Nasce una guerra che coinvolge ben otto nazioni africane, tanto da essere chiamata “prima guerra mondiale d'Africa”. Il paese si spacca in due: ad ovest sotto il dominio di Kabila, ma ad est e in altre parti del paese sotto l'influenza del Ruanda e di alcuni signori della guerra, come Bemba, che conta sull'appoggio dell'Uganda di Museweni..

Sono anni drammatici, con vittime che si assommano alle vittime. E, dietro tutto, lo sfruttamento delle grandi ricchezze di questo territorio. Dal legname, dove a fare la parte principale nello sfruttamento è l'Uganada, fino all'ora o al coltan che vanno ad arricchire i bilanci ruandesi. Il paese è spaccato. Per andare da Goma o da Bukavu, a Kinshasa, occorre passare per Nairobi. Non ci sono comunicazioni interne.

Anni di guerra e di tragedie, ma anche anni di resistenza e di impegno nonviolento. Quando, passati un po' di anni, si potrà con più oggettività e conoscenza delle cose fare una storia di questo periodo di guerra, si scopriranno esempi e storie di resistenza e di nonviolenza inimmaginabili.

Ora, dopo l'accordo di pretoria e il periodo di transizione, si arriva finalmente alle elezioni. Certo è che dietro questo evento non può non esserci la volontà della comunità internazionale, degli Stati Uniti innanzitutto. Kagame, l'uomo forte del Ruanda, che tiene il paese sotto un regime di vero e proprio terrore, ha tutto da rimetterci. Qualcuno dice che ci sia stato uno scambio tra Francia e Stati Uniti. Di certo l'atteggiamento degli Usa nei confronti del Congo pare cambiato e si può sperare che da questa tornata elettorale possa iniziare una nuova fase nella storia di questo paese.

Penso a tutte queste cose mentre il pullman messoci a disposizione dalla Monuc ci porta da Kigali a Bukavu. Cinque ore di strada asfaltata in un paese ordinatissimo. Troppo ordinato e calmo. Tantio da apparire finto, artificiale. La gentenon sorride, non saluta. Ognuno va per la sua strada. La cappa di una dittatura che non ammette opposizione si fa sentire.

È ormai il tramonto quando arriviamo alla frontiera. Scendiamo dal pullman e, sbrigate le formalità con le autorità doganali ruandesi, attraversiamo a piedi il fiume Ruzisi. Poco avanti da qui la città di Bukavu. Ci stanno aspettando.

25 luglio: Bukavu, la bella

Quanti abitanti farà questa città? Ai tempi della colonia era una città giardino. Poche decine di migliaia di persone. Ambita dai ricchi del tempo per il suo clima e la sua posizione geografica come città di vacanza. 1.500 metri di altezza, adagiata sulle rive del lago Kivu, con una temperatura che non supera mai i 30 gradi. Eterna primavera. La guerra ne ha fatto una città di rifugiati che si sono ammassati alle periferie costruendo delle enormi baraccopoli. I quartieri che ne sono nati sono, a loro volta, altrettante città. Non c'è lavoro. La disoccupazione arriva fino all'85%. La gente vive, come si dice qui, di economia informale. Sono le donne soprattutto che, passando la giornata al mercato, riescono quasi sempre a portare a casa qualcosa per sfamare la famiglia, Altrimenti si deve aspettare il giorno dopo. E' difficile descrivere la situazione economica della città, in un paese dove ormai da decenni lo stato non esiste. Dove i poliziotti, i militari, gli insegnanti, gli impiegati dello stato non sono pagati e, quindi, si devono rifare sulla gente. Eppure, nonostante tutto, in città si respira la vita. La gente ti sorride, ti saluta per strada. Quando apprende che siamo qui come osservatori per le elezioni ci ringrazia di essere venuti. Ci si aspetta molto da queste elezioni. La pace. La democrazia. Una sorta di attesa collettiva per un evento visto come storico e decisivo. Ed è un clima che contagia. Stando qui un po' alla volta anche io mi immedesimo in questa situazione di attesa, quasi che domenica prossima, quando si andrà a votare, tutto cambi, diventi nuovo. Mi viene in mente la lettera ai Romani, là dove parla della natura, del cosmo intero che geme e soffre nell'attesa, quasi vivesse le doglie del parto. E penso che questa gente ne ha il diritto e si merita davvero una vita completamente nuova.

Perché Bukavu è anche una città martire di questa guerra. Siamo ospitati nel seminario filosofico dei Padri Saveriani. A pochi passi da Piazza Munzuiwra. Ha preso il nome dal vescovo della città, ammazzato in questa piazza nel 1996 durante l'invasione ruandese. Lo fermarono verso sera, insieme con il suo assistente, che fu subito giustiziato. e, dopo averlo tenuto per qualche decina di minuti come prigioniero, gli spararono a bruciapelo. Era l'imbrunire e fino al giorno dopo non fu possibile neanche recuperare il suo corpo. La gente oggi lo venera come martire. In mezzo alla piazza sta un enorme dipinto con la sua foto. Anche questa foto ha una storia. Quando, alcuni anni dopo, Bukavu fu di nuovo presa dai filo-ruandesi, i militari spararono sulla foto riempiendola di buchi. Ora la gente ogni giorno va a riempire quei buchi di pallottola con dei fiori. Dopo di lui arrivò l'Arcivescovo Katalico. Un uomo a cui non mancava il coraggio profetico della denuncia. Fu tenuto per due anni lontano dalla sua diocesi, a domicilio coatto in un'altra regione del paese. Solo la resistenza della gente di Bukavu, di ogni fede, che vedeva nell'Arcivescovo l'unica voce che denunciasse la violenza a cui la popolazione era sottomessa, riuscì ad ottenere il suo ritorno. Furono due anni di resistenza nonviolenta: scioperi delle diverse categorie, ville morte, manifestaziooni con la partecipazione corale della popolazione. Qualche mese dopo il suo ritorno, mentre era a Roma per un'assemblea di vescovi, Katalico moriva. Nessuno a Bukavu pensa sia stata morte naturale. Tutti pensano sia stato avvelenato.

Due figure che simboleggiano la resistenza di tutto un popolo che, nonostante tutto, non ha ceduto alla lusinga della violenza e che lungo gli anni ha cercato di organizzarsi, di resistere, di trovare forme nonviolente di lotta e di rivendicazione. A Bukavu è nata una “società civile” ricchissima, capace di riflettere, di lavorare insieme al di là delle diversità religiose, di organizzare insieme momenti di lotta e di resistenza: dalle donne, uscite per la strada a volte vestite a lutto, altre volte con le mammelle scoperte per gridare di non volere più allattare figli per la guerra. Agli insegnanti che sono giunti a fare giornate di sciopero per pretendere dallo stato di essere pagati dignitosamente e di non dover chiedere soldi ai genitori dei propri alunni per poter vivere. Perfino la chiesa cattolica ha organizzato momenti di “sciopero dell'Eucarestia”. Sono nati gruppi per proteggere le donne stuprate e violentate. Si sono organizzati relazioni internazionali per tenere informata soprattutto l'Europa di quanto avveniva in questa parte di mondo dimenticata da tutti. E' in città che si è rifugiata gran parte della gente fuggita dall'interno dove subiva ogni sorta di violenza dai vari gruppi armati. Perché qui, in questa parte di Congo, la guerra è diventata una malattia quasi endemica, con diversi gruppi armati che si combattevano tra loro e con la gente che subiva vessazioni e violenza da tutti. Qui in città si è accampata e ha cominciato a organizzarsi. Sfidando la mancanza totale di infrastrutture, camminando per strade che durante la stagione secca diventano nuvole di polvere e durante la stagione delle piogge torrenti di fango. Accogliendosi gli uni gli altri, senza la necessità di creare nessun campo profughi.

Per noi la giornata è fitta di incontri organizzativi per preparare il nostro lavoro durante le elezioni; di momenti burocratici: ognuno deve avere le diverse tessere che attestano il suo ruolo di osservatore internazionale: quella dell'organizzazione, quella della Monuc e, soprattutto, quella della commissione elettorale indipendente. C'è anche un momento pubblico, presso la sala della Concordia in vescovado incontriamo la stampa. Sono presenti il governatore, l'Arcivescovo e il capo della Monuc. Alla fine un piccolo rinfresco nel giardino del vescovado.

26 luglio: l'ulivo di Butembo

È pieno di piante tropicali il piccolo giardino dell'Arcivescovado. Qui la natura è rigogliosa e le piante crescono senza bisogno di grandi cure. È Lisa che mi fa notare un ulivo, alto e pieno di foglie che sorge nel centro di un'aiuola. “Quello – mi dice – è uno degli ulivi che abbiamo portato a Butembo nel 2001, quando siamo venuti per il Sipa”. Non ci posso credere. Devo subito telefonare a Secondo. Era stato lui che allora aveva portato tre picole piante di ulivo, segno di pace, quando in 300 eravamo venuti a Butembo, sfidando i combattimenti e la guerra. Uno di quegli ulivi, regalati dagli amici di “Chiama l'Africa” di Marsala, era stato portato qui. Ora è cresciuto, quasi a significare che quel seme di pace gettato cinque anni fa era cresciuto, come il granello di senapa di cui parla il Vangelo. “Il Regno di dio è simile a un piccolo granello di senapa...”. Mi piace dare a questo ulivo il significato simbolico di una speranza che si sta compiendo e di un augurio a questo popolo che davvero merita la pace e la democrazia. Il Regno di Dio, è questa la fede che ha sorretto questa gente per tanti anni, è presente. C'è, c'era, anche nei momenti più tragici della guerra. Piantato cocciutamente anche in questa terra. Lo ha intravisto chi ha lottato e ha donato la vita. Troverà anche qui le forme per manifestarsi pienamente. Anche queste elezioni sono un passo in questa direzione. Mi viene in mente la definizione di speranza che Roger Garaudy propone nelk suo testo “Parola di uomo”: “La speranza – scrive – è la decisione militante di vivere con la certezza che non abbiamo esaurito tutti i possibili se non tentiamo l'impossibile”. Cinque anni fa a Butembo, nonostante la grande festa dell'accoglienza, ci sembrava impossibile immaginare la pace per questo paese. Oggi siamo qui e vediamo che il sogno di allora può divenire una realtà. Come questo ulivo, ora grande e pieno di vita, allora piccolo e indifeso. Bisogna crederci e crederci sul serio. E non smettere mai. Non lasciar mai perdere. Essere testardi e cocciuti.

Proprio come Lisa. Era ad attenderci a Kigali. L'Abbiamo vista, quando l'aereo è atterrato, in piedi, ad aspettarci. Dopo avere organizzato tutto in Italia, era partita prima di noi. Tutto era pronto. Una donna speciale, Lisa. Dolcissima e fermissima. Con lei pare che tutte le porte, anche quelle che sembrano sigillate, si aprano. Avrò modo di vederlo anche nei giorni seguenti, quando ci troveremo di fronte a nuove difficoltà. Lisa è sempre pronta. Sa come muoversi,. Ormai qui conosce tutti ed è conosciuta da tutti. Alla fine, come d'incanto, tutto con lei si appiana. Che coppia, Albino e Lisa. Lui più scorbutico. Lei dolcissima. Ma ambedue decisissimi. Lui che parla solo veneto e poco più: Lei che parla correntemente inglese e francese. Non fanno nulla senza consultarsi e questa è la loro formula vincente. Grazie, Lisa.

Abbiamo modo di conoscere il Governatore e l'Arcivescovo. Qui la chiesa ha un grande ruolo. L'Arcivescovo, eletto da poco è tra coloro che più di tutti si sono spesi perché il processo elettorale vada avanti. Non tutti in Congo erano su questa linea. Dispiace soprattutto che ad avanzare difficoltà sia stato Mons. Monengwo, il Presidente della Conferenza episcopale. Un vescovo conosciutissimo e molto stimato nel paese. E' stato presidente della Conferenza nazionale sovrana quando pareva che ci fosse lo spazio per limitare lo strapotere del dittatore Mobutu. Ma poi alla fine tutto è rientrato. Alcuni lo accusano di non aver avuto coraggio sufficiente e di non aver operato allora quello strappo necessario per far cadere il dittatore. Difficile giudicare ora quei fatti. Certo è che Mobutu ha continuato a gestire il suo potere a scapito del paese. Ma è certo anche che il pericolo di una guerra civile, se lo strappo fosse stato fatto,sarebbe stato reale.

Arriva la notizia che in alcune chiese di Kinshasa domenica scorsa sarebbero stati letti stralci della lettera di Mons. Monsengwo che pone dubbi sulla possibilità che le elezioni si possano svolgere correttamente. Si respira un po' di tensione. Ma poi la cronaca ha la meglio sulle perplessità: domenica, nonostante tutto si andrà a votare. I kit elettorali sono partiti e stanno raggiungendo gli oltre 50.000 seggi organizzati per le elezioni. La Commissione Elettorale Indipendente ha lavorato bene. Si sono registrati oltre 26 milioni di elettori, un miracolo in un paese che non aveva anagrafe. Ogni seggio, composto di 500 elettori circa, sta ricevendo in questi giorni gli elenchi con i nominativi di tutti gli elettori iscritti al seggio. Già si stanno formando le équipe. La gente è pronta. Vuole votare.

28 luglio: sul lago Tanganika

Levataccia stamattina. Teresina, una suora saveriana da oltre trent'anni in Congo, va a Luvungi. Ne approfitto per andare con lei. Anche perché spero di poter arrivare fino ad Uvira. Luvungi è nella piana dell'Urega, chiamata “Piana degli elefanti”. Un ambiente diverso da quello di Bukavu. In questa zona la guerra è stata molto dura e ancora, sulle colline che circondano la piana, vivono e operano gruppi armati che continuano una guerra dove a farci le spese è soltanto la popolazione civile. Si sono alleati tra loro, anche se prima si erano combattutati, quelli che hanno rifiutato il processo di transizione. Ho incontrato ieri alcune donne fuggite da poco dall'inferno. La loro è stata una testimonianza scioccante. Una di loro è riuscita ad arrivare a Bukavu appena quindici giorni fa. Racconta di essere stata presa da questi combattenti insieme con il marito, il figlio 25enne, la nuora e un nipotino. Hanno tagliato la gola al marito davanti a tutti loro. Poi l'hanno violentata in dieci. Hanno ordinato al figlio di violentare la madre. Di fronte al suo rifiuto l'hanno ammazzato di botte davanti a lei, poi sono partiti portandosi via la nuora. Non parla francese, solo kiswaili. Più volte è costretta ad interrompersi perché le viene il groppo in gola, mentre racconta questo inferno. Ora è qui a Bukavu, aiutata da una piccola associazione per riuscire a superare un trauma come questo. Le altre donne ci parlano di questi soldati che vivono nella foresta. Che non permettono a nessuno di arrivare fino al loro campo e che spesso scendono nei villaggi a fare razzia di tutto. Molte di loro sono state prese e costrette ad essere le loro mogli. Raccontano anche di un elicottero che arriva ogni settimana carico di armi e di viveri e riparte portando via minerali preziosi. Tutte le testimonianze dicono che si tratta di un elicottero grigio-verde con su la scritta “UN”. Chiaramente la sigla delle nazioni unite viene usata per coprire il vero responsabile. È opinione corrente che dietro a questi viaggi ci sia il governo ruandese che – le voci corrono – proporrebbe a chi è in carcere la via della guerriglia in cambio della libertà. Certo è che qualcuno con molti mezzi a disposizione deve esserci dietro questi gruppi armati, sempre vestiti a puntino, con scarpe e stivali nuovissimi, nascosti ormai da mesi dentro la foresta.

La Land Rover di Teresina intanto viaggia su una strada non certo asfaltata: l'escarpement. Adesso, mi dicono, è molto migliorata. Per anni non è stata agibile. Ora, adattandosi a mangiare un po' di polvere e a sperimentare per qualche ora cosa significhi avere il morbo di Parkinson, è passabile. Anche perché la strada parallela, asfaltata, che è in Ruanda costa ai congolesi 60 dollari all'andata e altrettanti al ritorno. Il panorama è stupendo. Si passa in mezzo alle colline seguendo, dalla parte del Congo il percorso del fiume Ruzisi. Di là c'è il Ruanda.

A Kamaniola, la cittadina, da cui, passato l'escarpement, comincia la piana, incontriamo i tre osservatori che già sono sul posto per prendere contatti con le autorità e per verificare i seggi. A Luvungi facciamo una breve sosta e, stavolta accompagnati da Mercedes, un'altra saveriana che dirige la maternità, riprendiamo subito la strada per Uvira.

Sulla piana fa più caldo, ora siamo a circa 600 metri di altezza e scendiamo verso il confine con il Burundi, sul lago Tanganika. Meno di un'ora di strada e siamo ad Uvira. La cittadina, adagiata sul lago, di fronte alla a Bujumbura, capitale del Burundi, ha una storia interessante. E' stato infatti qui il centro della ribellione alla normalizzazione di Mobutu da parte dei rivoluzionari guidati da Mulele. A pochi chilometri di qui, sulla strada che conduce, seguendo la riva del lago, a Fizi, c'è Baraka, dove ha soggiornato per diverso tempo Che Guevara, quando voleva esportare la rivoluzione cubana qui in Congo: Se ne andò deluso soprattutto del suo maggior alleato, Laurent Desiré Kabila il quale di rivoluzionario aveva soltanto il nome, ma non lo stile di vita: Lo si legge nel diario che il rivoluzionario cubano ha lasciato. La vicenda è ben raccontata nel libro “L'anno in cui non siamo stati da nessuna parte”. “Esta es la historia de un fracaso”, comincia così la relazione che Che Guevara farà del suo tentativo congolese: questa è la storia di un fallimento.

Per me andare ad Uvira è anche rispondere a un dovere di fraternità. E' qui che è cominciata l'avventura del Saveriani in Congo. Qui è stato per tanti anni vescovo Mons. Catarzi, con il quale ho avuto la fortuna di convivere alcuni anni a Parma. Mi ricorda i sogni missionari che hanno nutrito la mia adolescenza. È piantata qui l'avventura di tanti fratelli che hanno speso tutto per vivere accanto e in solidarietà con questo popolo. Sto pochissimo tempo a guardare il lago Tanganika. Ma pochi minuti mi bastano a sperimentare una sorta di feed back della mia vita. A pormi quegli interrogativi a cui non saprò mai, almeno mentre sono qui, dare una risposta. Sono state giuste le scelte che ho fatto? Non dovevo forse, invece che seguire altre strade, essere anche io qui o in qualche altra parte del mondo a convivere con questa gente? Domande su domande che continuano ad affacciarsi alla mente anche di notte, quando, rientrato a Bukavu, devo fare la mia solita lotta quotidiana con la zanzara di turno che non mi permette di dormire.

27 luglio: sos bambini

Quando comincia ad albeggiare, la città si risveglia quasi d'un tratto. Sono ospite in una casa da cui si vede in basso gran parte della vecchia Bukavu, fino quasi al lago Kivu. E' emozionante vedere sorgere il sole. Quel sole che, come dice il vangelo, nasce per i buoni e per i cattivi. Per i ricchi e per i poveri. Per chi fa la guerra e chi la subisce. A volte viene la tentazione di lanciare un grido di accusa a Dio stesso. Perché permette queste cose? Perché al mondo continuano ad esserci persone che non hanno nulla e altri che buttano? Mi accorgo però che si tratta di una scorciatoia, un venir meno a responsabilità che sono anche mie. Non è colpa di Dio se qui la vita non ha valore. Se quattro milioni di vittime non sono riuscite a scalfire il perbenismo dei nostri mezzi di informazione. Se, giustamente, di fronte a ciò che sta avvenendo in Medio Oriente tutti si mobilitano, mentre il dramma di questa gente è ignorato. Stamattina, guardando la città che si illumina di fronte al sole che nasce, mi viene voglia di pregare. So che Lui è qui, in mezzo a questo cumulo di sofferenza. So che ha scelto di abitare i luoghi più difficili e scomodi. So che posso rivolgermi a Lui come e forse più di quando mi inginocchio davanti all'Eucarestia. Non gli chiedo di non abbandonare questa gente. So che lui ha scelto di starle in mezzo. Gli chiedo piuttosto di non abbandonare noi a noi stessi. Alla nostra politica miope, alla nostra economia di rapina, alla nostra razionalità che, giorno dopo giorno, genera mostri. Gli chiedo di darci quel minimo di sapienza che ci permetta di dare il giusto valore alle cose. Che ci spinga a non fare guerra per accaparrarci l'ultimo minerale strategico, come il coltan. Che ci dia la capacità della condivisione. Mi martellano in mente le parole di Raoul Follerau: “Non permettere mai, Signore che siamo felici da soli”.

Intanto la città è in pieno movimento. Il sole è già alto. È ripresa la vita di sempre. Le donne, soprattutto le donne, hanno già fatto chissà quanta strada a piedi per arrivare a Kadutu dove c'è il grande mercato. E' proprio vero, qualsiasi forma di cambiamento umano in Africa porta in sé il marchio femminile. Sono le donne, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, che reggono l'onere della vita. Sono loro che procurano l'acqua, spesso facendo tantissima strada a piedi. Sono loro che ogni mattino escono di casa per andare al mercato, dove, scambiando, barattando, comprando e vendendo possono sperare di mettere insieme quel poco che serve a nutrire anche per oggi la famiglia.

P. Giovanni arriva puntuale. Andremo con lui a Kadutu a visitare il centro per i bambini denutriti che, con l'aiuto di amici italiani ha costruito e nel quale ogni giorno vengono assistiti oltre 1500 bambini. È un miracolo che si moltiplica ogni giorno e che permette a tanti bambini di poter continuare a vivere in un mondo dove è sempre più difficile avere il minimo indispensabile per la sopravvivenza. I primi a soffrire quando c'è scarsità di cibo sono proprio loro, i bambini. Si vedono magri, magri, con i capelli rossicci e significa che ormai stanno andando verso la denutrizione. Oppure si gonfia loro in modo incredibile la pancia. Padre Giovanni, diploma in medicina tropicale, prima visita accuratamente i bambini che gli vengono portati, poi, per diversi mesi, fino a quando non potranno essere autosufficienti, garantisce un pasto ogni giorno per loro. Quello dei bambini è una vera e propria emergenza. Da una parte gli orfani della guerra, poi tutti coloro che in questa economia di sussistenza, dove esiste un tasso di disoccupazione che raggiunge l'80%, vivono in famiglie il cui reddito non permette loro di nutrirli. Di qui il fenomeno crescente e abbastanza nuovo per l'Africa dei bambini di strada. Perché normalmente qui i bambini, anche se restano senza genitori, trovano sempre qualcuno che li accoglie dentro l'ambito della grande famiglia allargata. Ma ormai le condizioni non lo permettono. In più, in questi ultimi anni il Congo ha vissuto un altro fenomeno che tocca in modo particolare i bambini (e soprattutto le bambine): l'aumento esponenziale dell'analfabetismo. Gli insegnanti ormai da anni o non sono pagati o ricevono dallo stato cifre risibili (10 – 12 dollari al mese). Per cui sono costretti a chiedere ai genitori degli alunni di partecipare alle spese della scuola. Succede così che molti ragazzi (e soprattutto ragazze) non vengono inviati neanche alle scuole di base. E' nata così l'idea di una scuola biennale per i ragazzi che in questi anni non sono andati a scuola, che si trovano a 12 – 13 anni ancora analfabeti. Una sorta di 150 ore che permetta loro di uscire dall'analfabetismo. Un compito non facile, anche perché a seguito di questo c'è bisogno anche si un'istruzione professionale che permetta loro di avere un mestiere. Altrimenti sarebbero costretti a tornare sulla strada. Ma si tratta pur sempre di iniziative che possono reggersi perché arrivano fondi dall'estero. Necessarie, indispensabili, certo. Ma occorrerà pure cominciare a pensare come cerare le condizioni che permettano a tutti i bambini di poter guardare al proprio futuro con un minimo di speranza.

Pierre è un insegnante. Come tutti i suoi colleghi è costretto a fare scuola percependo uno stipendio da fame. E, come tutti i suoi colleghi, deve accettare che i genitori degli alunni compensino con il loro contributo quello che lo stato non paga. Una delle poche cose positive che Mobutu aveva fatto durante i trent'anni di dittatura era stata quella di riconoscere le scuole private e confessionali, assumendo da parte dello stato lo stipendio degli insegnanti. In questo modo, era riuscito ad ottenere dal nulla una rete quasi completa di scuole in tutto il territorio. Tant'è che il paese in pochi anni era cresciuto in maniera esponenziale nell'alfabetizzazione. Ma poi tutto era andato in rovina. Gli stipendi avevano smesso di arrivare fino a giungere alla situazione attuale.

Pierre, insegnante in una scuola cattolica, ha cominciato a pensare che non si poteva continuare questo modo. Così ha cominciato a coinvolgere i suoi colleghi. Ne è nato un sindacato che ha organizzato diversi scioperi e manifestazioni. Giungendo a fare manifestazioni non solo qui nel Kivu, ma anche alla capitale. Tanto che una volta, di ritorno da Kinshasa, dove aveva organizzato una serie di manifestazioni, è stato anche arrestato. Ha chiesto di incontrarci perché vorrebbe far nascere un vero e proprio sindacato e, sapendo che tra noi c'è Emilio, della Fim, e vuole confrontarsi con lui per individuare forme di collaborazione. Ci chiede se è possibile organizzare da noi degli stage per sindacalisti congolesi, oppure di trovare forme di collaborazione che permettano a questo nascente sindacato di muoversi nella direzione giusta. Rivedrò Pierre il giorno prima della partenza, quando, approfittando della presenza del Governatore che è venuto a salutarci, tenta di avvicinarlo ma viene allontanato dal servizio d'ordine. Lo sento dire di essere un cittadino congolese, di avere il diritto di parlare con il Governatore. Quando la coscienza dei propri diritti comincia a farsi strada, à l'inizio della fine per ogni potere non democratico.

Proprio per questo la cooperazione deve fare un salto di qualità per far crescere la società civile e dare una mano a tutti quelli che, come Pierre, esigono che i diritti di tutti siano rispettati.

28 luglio: la campagna elettorale

Fra due giorni si vota. Oggi è l'ultimo giorno di campagna elettorale. Domani ci sarà il silenzio. I diversi candidati sono venuti tutti qui, perché nel Kivu ci sono molti votanti. Hanno fatto i loro comizi, i loro discorsi, Ascoltati dalla gente a volte con entusiasmo, altre volte con evidente disappunto. Anche perché qui a Bukavu e nei dintorni si pensa che il voto non abbia storia. La grande maggioranza sostiene l'attuale Presidente Jospeh Kabila. Non che sia uno stinco di santo, anzi. Ma qui la gente lo vede come il minor male, l'unico che possa permettere a questa regione del Congo di uscire definitivamente dalla guerra.

Kabila, si sa, è presidente per discendenza diretta. Come i monarchi. È stato designato dopo l'uccisione del padre Laurent Desiré, in un complotto di palazzo i cui contorni non sono certo ancora chiari. È tuttavia colui a quale va ascritto il merito di aver voluto ad ogni costo arrivare ad una transizione verso la democrazia, accettando, anzi promuovendo gli accordi di Pretoria che hanno portato alla creazione di una presidenza e di un parlamento di transizione che hanno portato il paese, quattro anni dopo, alle elezioni. Ha saputo muoversi con destrezza negli spazi risicati che gli erano permessi, cercando innanzitutto di ricucire i rapporti con gli Usa. Ha accettato di avere come colleghi alla presidenza i suoi stessi avversari politici che, certamente non brillavano come uomini di pace. Qualcuno afferma che non sia stato estraneo neanche al complotto che ha ucciso suo padre. Ma è difficile sapere davvero come si sono svolti i fatti. Sulla carta appare come il candidato più forte, anche se a Kinshasa è oggetto di molte critiche e di una forte opposizione. L'ultima sua trovata pubblicitaria mette in difficoltà il nostro gruppo di osservatori. Da alcuni giorni il suo slogan è “Kabila, l'artisan de la paix”. Il problema è che “costruttori di pace” si traduce “artisans de la paix”. Abbiamo scritto sui nostri berretti: “Hereux (Beati) les artisans de la paix. Siamo costretti a non metterli.

Dietro lui, Jean Pierre Bemba. Espressione della fazione mobutista. Viene dalla provincia dell'Equatore. È senz'altro un uomo potente. Soprattuto è uno dei signori che, con un loro esercito, hanno fatto la guerra. A Kinshasa appare molto popolare, senz'altro il favorito tra i cittadini della capitale. Qui in Kivu è malvisto perché con il suo esercito, alleato con l'Uganda, ha tenuto per diverso tempo in scacco soprattutto la parte Nord, la zona di Beni e Butembo. Io lo ricordo a Butembo, quando ha voluto partecipare al Sipa e in un colpo di teatro da vero maestro, ha annunciato il ritiro delle sue truppe da alcuni paesi della zona, chiedendo perdono per i dolori e i danni arrecati. Le milizie sono state ritirate da quei paesi, ma sono andate a fare la guerra altrove: “la volpe perde il pelo, ma non il vizio”. Quando è arrivato a Bukavu, ha tenuto un comizio allo stadio. Molte persone sono andate ad ascoltarlo, ma sono rimaste quasi sempre in silenzio, quasi immobili di fronte ai suoi argomenti. Ad un certo punto, sentendosi imbarazzato di fronte a questa reazione popolare, ha gridato: “insomma, casa devo fare per farvi reagire”. Da parte della gente è arrivata una risposta corale: “Mangiaci”, ricordandogli in questo modo che le sue milizie sono state accusate anche di cannibalismo nei confronti dei pigmei. Il processo di transizione prevedeva la fusione in un unico esercito nazionale, delle diverse armate che per anni sono state al comando e al soldo dei signori della guerra. Bema era uno di questi. Ma non ha ottemperato a questo impegno. Ha mantenuto intatto il suo esercito personale e questo rappresenta un problema reale, anche per il dopo elezioni.

Terzo candidato è Azarias Ruberwa. Anche lui vice presidente nel processo di transizione. Qui è per lo meno odiato dalla popolazione perché ritenuto, a ragione, filo ruandese. Anche lui con un suo gruppo armato. Ruberwa sa di non avere chance nella corsa presidenziale. Non ha nessuna base elettorale fuori dal Kivu e, qui, è ritenuto un venduto. Ha il suo quartier generale e Goma, dove governa attraverso il suo uomo forte Laurent Nkunda, alto ufficiale del Raggruppamento congolese per la democrazia-Goma (Rcd-Goma) e principale responsabile dei massacri di Kisangani (nella Provincia orientale) del maggio 2002. Nominato generale dell’esercito di transizione, Nkunda ha perduto l’incarico per non essersi mai presentato a Kinshasa per il giuramento.

Con il pretesto di salvare da un genocidio i banyamulenge, una minoranza tutsi di origine ruandese il 2 giugno 2004 le truppe ammutinate erano entrate a Bukavu, avvalendosi di un nutrito contingente ruandese (giunto via terra da Goma e attraverso il lago Kivu). Soltanto il giorno 9, le truppe regolari del governo di transizione avevano potuto riprendere il controllo di Bukavu. Ora Nkunda continua a governare a Goma e a lanciare segnali non certo pacifici, in caso di un risultato non positivo alle elezioni.

Sono senz'altro questi i tre candidati di cui si parla di più qui a Bukavu. Insieme con Pierre Pay Pay, che proviene da questa provincia, ma che la gente difficilmente voterà perché non hai mai mantenuto, lungo gli anni del suo impegno politico precedente, rapporti con il proprio territorio. C'è poi un candidato di cui pochi parlano, ma che è in grado di raccogliere consensi da parte di tutti quelli che in questi paese cercano un cambiamento radicale. Si tratta di Antoine Gizenga, uno dei capi sotrici della sinistra congolese, già primo ministro con Patrice Lumumba. In tutto sono 33 i candidati alla presidenza, anche se lo scontro si gioca tra Kabila e Bemba. Poi, via via tutti gli altri. Fino ad arrivare a 33. C'è anche il figlio di Mobutu, a significare che un porsto in lista non si nega proprio a nessuno.

La campagna elettorale a Kinshasa è molto pesante. Arriva voce che Bemba sta puntando tutto sul fatto che kabile, venendo dall'est, è quasi uno straniero. Che non conosce il Lingala (la lingua che si parla alla capitale, una delle tre riconosciute in Congo insieme con il Kiswahili e il Chiluba). Il pericolo di questa impostazione è che tende a dividere il paese tra est e ovest.

Per il resto la campagna elettorale è fatta all'africana. Camion carichi di gente che canta e urla il nome del proprio candidato; cortei e caroselli di moto, soprattutto si balla, si canta, si discute. In una sorta di festa di colori.

29 luglio: aspettando domani

Stanotte sono stati staccati tutti i manifesti elettorali. È giornata in cui tace ogni campagna e ognuno è chiamato a decidere nella libertà e nel silenzio. Stupisce la serietà con cui si vive questo momento. Si aspetta con ansia il momento del voto. In questi giorni, durante la campagna elettorale sono state dette tante cose e organizzati tanti eventi. Ad esempio due giorni fa, allo stadio di Kadutu si è organizzata una manifestazione in cui si invitava a votare donna. Non c'era molta gente, a significare che le quote rosa non sono un problema solo in Italia. Ma tutto si è svolto in un turbinio di danze e di colori, da far invidia a qualsiasi organizzatore di eventi elettorali in Europa. Ma adesso la questione si fa seria. Domani si vota. È il tempo questo per ripensare a tutte le cose apprese nelle centinaia di migliaia di incontri che in tutti il paese si sono svolti per preparare la gente a votare. Ogni scuola, ogni chiesa, ogni luogo pubblico durante i mesi passati si è trasformato in aula di educazione civica. Per spiegare la costituzione e la legge elettorale, per far vedere concretamente come si vota. C'è stato un impegno corale della società civile congolese in questa preparazione, con invenzioni estremamente significative. A Goma, ad esempio, è stato fatto un cd in cui si spiega la costituzione in musica. Un impegno che è arrivato nei villaggi più lontani e fuori dalle vie di comunicazione, con migliaia di volontari che hanno girato per il paese a spiegare a tutti la legge e le modalità di voto.

Per noi che siamo abituati a votare e anche frequentemente, questo gesto di democrazia appare ovvio, quasi scontato, ma per la gente di qui che dopo 40 anni di dittatura e dieci anni di guerra ha la possibilità per la prima volta di esprimere con il voto la propria volontà è un'emozione incontenibile.

Intanto i seggi sono pronti. Sono arrivati il presidente, i segretari e gli scrutatori. La maggior parte di loro stanotte dormirà all'interno del seggio perché, quando scende la notte non è consigliabile mettersi in viaggio. Si studiano gli ultimi dettagli per poter svolgere al meglio il proprio dovere.

Le radio della città nel frattempo si sono organizzate in rete in modo da poter svolgere il proprio lavoro informativo nel modo migliore possibile. Mettendosi insieme possono arrivare anche fino a luoghi e paesi lontani. Domani seguiranno, seggio per seggio, lo svolgimento del voto. Sono rientrate nel frattempo le perplessità che alcuni vescovi avevano manifestato circa la possibilità di svolgimento di un voto regolare. Sia Mons. Monsengwo che il vescovo di Goma fanno comunicati in cui invitano la gente ad andare a votare. Il paese è calmo. Solo nel Kasai si registrano alcuni incidenti. Vengono dati alle fiamme alcuni seggi. Ma siamo sull'ordine delle decine, di fronte a 50 mila seggi organizzati nel paese. La Commissione Elettorale Indipendente interviene immediatamente e sposta il voto nei seggi resi inagibili, al giorno dopo. Ma si tratta di poche unità.

Sono arrivati osservatori da tutto il mondo e tutti concordano nel dichiarare che è stato fatto un lavoro organizzativo eccezionale da parte della Commissione Elettorale. Certo, sono arrivati aiuti soprattutto dall'Europa, perché il paese non ha un'economia in grado di sostenere uno sforzo economico così elevato. Ma ne è valsa la pena.. Sotto la guida di Apollinaire Malumalu, la commissione elettorale ha svolto un lavoro serio e trasparente, tanto da suscitare l'apprezzamento unanime di tutti. Il fatto che a guidare questo lavoro sia stato scelto un prete, manifesta il ruolo centrale che svolge la chiesa cattolica in questo paese. Probabilmente, se nonostante tutte i drammi e le vicissitudini che ha passato, il paese ha retto, lo si deve alla Chiesa Cattolica che ha saputo svolgere un lavoro ecumenico, fatto in dialogo con le altre confessioni religiose, mettendo da parte ogni intento proselitistico. Anche la crescita esponenziale della società civile ha visto la chiesa protagonista. D'altra parte, in un paese dove lo stato non esiste ormai da anni, occorreva un'istituzione forte e credibile per portare avanti un processo così complesso e difficile.

Scende la notte su questa vigilia elettorale. Mentre fumo l'ennesima sigaretta di questa giornata, mi fermo a pensare a questo popolo che ha sofferto un dramma che nessuna penna riuscirà mai a raccontare e che, nonostante tutto, ha ancora voglia di ricominciare, di sentirsi protagonista. Sto assistendo a un evento che si può definire storico non solo per questo paese, ma per l'Africa intera. E' troppo importante questo paese per non condizionare tutto il continente. Posto al centro dell'Africa, dotato di enormi risorse del territorio, se pacificato e immesso finalmente nella dinamica di tutto il continente, può divenire di traino per l'Africa intera. Ma non solo. Continuo a credere che l'Africa possa divenire un polmone di umanità per tutto il mondo che, attraverso i processi di globalizzazione, sta sempre più espellendo la vita dalla realtà politica ed economica. L'economia viaggia per conto suo, slegata completamente dai bisogni reali delle persone. Aumenta la ricchezza, mentre crescono le disuguaglianze. L'Africa, che per la sua cultura pare per tanti versi refrattaria ad una economia che non sia basata sulla vita concreta delle persone, può divenire un modello di nuove relazioni. Ma ciò non può avvenire senza un Congo rappacificato e capace di svolgere un compito di traino. E se volessi tentare di leggere dritto anche su righe storte, mi verrebbe da pensare che forse questi anni difficili hanno aiutato questa gente ad andare ancora di più all'essenziale. Hanno formato una società civile in grado di far fronte a sfide grandi, come quella di correggere un sistema inumano che, con il pensiero unico, sta avvelenando i rapporti fra le persone.

30 luglio: la festa del voto

Mi sveglio prima che si alzi il sole. Oggi è giorno importante. Ho sentito altri che già sono partiti per raggiungere i rispettivi luoghi di osservazione. Io andrò più tardi in alcuni seggi della città. Per ora, tiro la tenda e, seduto davanti alla finestra, aspetto che il sole invada la città. Penso e prego. È passata, spero, la lunga notte della guerra. Si presenta finalmente, nell'agenda di questo paese, l'alba della pace e della democrazia. Certo, il voto non è tutto e davanti a noi ci stanno tante eventualità, anche quella di un risultato non accettato dai contendenti e, quindi, capace di portare a nuovi scontri. Ma tanta strada è stata fatta e si è arrivati, finalmente, alla giornata di oggi. C'è gente per strada che cammina, anche se ancora non si è fatto giorno. Tutti vogliono essere al seggio elettorale puntuali, pronti ad esprimere il loro voto. I seggi apriranno alle sei, ma già un'ora prima, davanti ad ogni sede elettorale si sono formate lunghe code di persone che attendono. All'interno si fanno gli ultimi preparativi. Si montano le urne e le cabine, si preparano i tamponi per i timbri e l'inchiostro che segnerà il dito dopo la votazione, ci si scambiano le ultime idee per perfezionare il... traffico.

Il sole intanto sta illuminando la città che riprende la vita di sempre. Dalla cattedrale, a poca distanza dalla casa dove abito, si sentono i canti della messa. È festa. È domenica. Giorno della risurrezione. Si è alzato in piedi questo popolo e si è messo in cammino.

Ieri sera, insieme con Padre Franco e alcuni amici abbiamo ripercorso tutte le tappe che hanno preceduto la giornata di oggi. I momenti di speranza e quelli di sconforto. I passi avanti e quelli indietro. La storia, nessuna storia è mai lineare. È fatta di tante contraddizioni. Ma gli ultimi anno hanno visto il Congo andare spedito verso questo giorno. Ha vinto la voglia di pace della gente che, cocciutamente ha resistito, battendo anche i signori della guerra. Mi piace leggerli in questo modo gli eventi. Certo, ci sono state pressioni a livello internazionale. Probabilmente dietro questa transizione ci sta un accordo tra Stati Uniti e Francia; Kagame continua dal Ruanda a destabilizzare l'area. Ma dietro tutto questo c'è soprattutto la cocciutaggine di questa gente che ha voluto testardamente la pace. Ieri sera Augustin, un anziano signore che in questi gironi ci ha fatto da mangiare, si è fermato un attimo a parlare. E mi ha detto che tutto cambierà in questo paese, se finalmente ci sarà un po' di pace. È questo il sentimenti unanime che accompagna la gente che ora ormai sta facendo la coda davanti ai seggi.

Verso le otto esco di casa. Passo prima da Radio Mendeleo a cui fanno capo tutte le radio della città che per l'occasione si sono organizzate in catena. In questo modo hanno la possibilità di collegarsi con quasi tutti i seggi della provincia, anche quelli più lontani. Mi dicono che dappertutto le operazioni di voto si svolgono in maniera ordinata. Me ne rendo conto poco dopo, quando vado all'ISP (Istituto Superiore di Pedagogia) dove ci sono diversi seggi. Davanti ad ognuno c'è una coda di alcune centinaia di metri. La gente si accalca ordinatamente, attendendo il proprio turno. Faccio fatica a raggiungere i seggi perché c'è gente dovunque: Nessuno tuttavia si lamenta, tutti aspettano pazientemente il proprio turno.

Mi fermo un attino a guardare. Hanno tutti il vestito della festa. Le donne con i loro vestiti colorati, gli uomini in molti con la giacca. Anche nella povertà, spesso vivendo in capanne o baracche, questa gente stupisce per l'eleganza e la proprietà nel vestire. I vecchi e gli infermi sono accompagnati. Qualcuno che non riesce a camminare è portato a spalla. Ci sono tante mamme che arrivano al seggio portandosi sulle spalle il proprio bambino. È uno spaccato di umanità che non può non commuovere chi sa la storia non solo recente di questo popolo.

Le operazioni di voto si svolgono ordinatamente e relativamente in fretta. Tutti noi avevamo pensato che il tempo dato per le operazioni di voto fosse troppo poco. Ci aspettavamo lunghe code alla fine della giornata. Invece le cose vanno meglio del previsto. Ogni seggio ha circa 500 – 600 votanti e, facendo i calcoli del tempo impiegato da ognuno, ci accorgiamo che il tempo basta e avanza. Ancora una colta la Commissione Elettorale ci ha visto giusto. Il problema più grande che si presenta ai seggi è come aiutare gli analfabeti. E' vero che su ogni scheda sono state messe le foto dei candidati. E questo fa in modo che le schede siano enormi. Quella delle elezioni alla camera dei deputati contiene più di 100 foto. E' un vero e proprio lenzuolo. Molti però non solo non sanno leggere, ma neanche hanno mai tenuto in mano un foglio di carta. C'è bisogno di aiutarli. Qui la fantasia dei presidenti di seggio si sbizzarrisce. Comunque alla fine la maggioranza opta per far entrare nella cabina due o tre rappresentanti di liste diverse in modo da garantire che il votante non sia aiutato da qualcuno di parte.

Nel pomeriggio mi reco alla periferia della città, nei comune di Kadutu. Il voto dappertutto è stato regolare e ordinato. In un seggio è arrivata soltanto una copia dell'elenco dei votanti, ciò ha ritardato un po' le operazione. Verso le quattro del pomeriggio, le code sono finite. Arrivano e votano subito i più ritardatari. Alle cinque quasi dappertutto i seggi si chiudono e comincia la lunga notte dello spoglio dei voti.

31 luglio: è un giorno nuovo

Ieri pomeriggio siamo stati accompagnati in diversi seggi da P. Giovanni. Munito della sua immancabile macchina da presa, P. Giovanni da anni si dedica a documentare gli avvenimenti. Ormai si può dire che lui e la macchina da ripresa sono la stessa cosa. Riesce a filmare perfino mentre guida tra le strade sconnesse e piene di gente della città. Con lui e altri amici assistiamo ad un episodio commovente. Scendiamo dalla macchina e ci si avvicina un poliziotto che chiedi di essere fotografato. Alza con la mano sinistra il proprio certificato elettorale e con la destra fa con l'indice e il medio il segno della vittoria. Vuole farsi fotografare così, mentre ci parla: “oggi posso dire che il mio è finalmente un paese democratico”. La gente di qui ha scoperto in questi ultimi tempi l'umanità di tanti poliziotti. Gente comune che cerca di sbarcare il lunario, senza avere stipendio. Ha capito che, in fondo, anche i poliziotti sono dalla loro parte. Lo si è visto davanti ai seggi dove la gente ha fraternizzato, anche portando loro da mangiare, con i poliziotti che stavano di guardia al seggio. A non volere la pace, oltre che i signori della guerra, quelli che sanno di poter pescare a piene mani nel torbido, sono rimasti ormai soltanto i gruppi armati che si sono ritirati a spadroneggiare all'interno della foresta. Si tratta per lo più di persone che ormai sanno di poter vivere solo dalla guerra. Oppure, come qualcuno dice, di persone inviate dal “paese di fronte” (spesso la gente qui rifiuta perfino di pronunciare il nome “Ruanda” a tenere destabilizzata la situazione. Anche la pace ha i suoi costi. Bisogna saperlo. Se a chi ha combattuto per anni non si trovano alternative di vita, allora inevitabilmente la guerra ritorna. E' questa la mens che sta alla base dell'unificazione dei vari gruppi combattenti nello stesso esercito. Un'operazione difficile perché domanda a gruppi che fino a ieri si sono combattuti tra di loro, di far parte di un'unica struttura militare e, quindi, di collaborare, di sentirsi alleati. In alcuni casi l'operazione è andata in porto. In altri no. E questo fallimento non riguarda soltanto i gruppi armati insediatisi nella foresta, ma anche gli eserciti privati dei vari signori della guerra: i Bemba, i Ruberwa e gli Nkunda di turno.

Stamani tutto sembra muoversi più lentamente, quasi a voler continuare le emozioni di ieri e di questa notte. Quando i seggi sono stati chiusi è cominciato il rito dello spoglio dei voti. Ne ho seguito uno fino a notte tarda, quando i risultati delle elezioni presidenziali erano già molto chiari. C'era emozione nel presidente, nei membri del seggio, nei rappresentanti di lista e negli osservatori, quando il segretario, aperta l'urna con i voti ha cominciato a contare le schede per appurare che il numero delle schede presenti nell'urna fosse uguale a quello dei votanti. 'era un qualcosa di solenne nei suoi gesti e nella sua voce. Alzava ogni scheda, la mostrava chiusa agli altri e scandiva forte il numero. Fino a 536. L'ultima scheda che corrispondeva a 536 elettori. Poi un lungo applauso. A sottolineare la correttezza del voto. Poi si doveva partire per lo spoglio. Ma qui, all'equatore, in pochissimo tempo si passa dalla luce al buio. E nel seggio non c'era l'elettricità. Nel kit elettorale era presente una lampada a gas, ma era insufficiente. Prima di procedere allo spoglio, quindi, si è dovuto andare a comperare delle candele, con i soldi raccolti tra i membri del seggio. E' cominciato quindi, al lume di candela, lo spoglio che è andato avanti tutta la notte. A Bukavu il voto per il presidente non ha storia. Kabila raccoglie una maggioranza plebiscitaria, sull'ordine del 90, 95% in ogni sede elettorale.

Non ho visto alzarsi il sole sulla città stamattina. Quando mi alzo, la città è già sveglia e ha ripreso la vita di sempre, anche se, come dicevo prima, tutto sembra muoversi più lentamente. Verso mezzogiorno cominciano ad arrivare alla sede della Commissione elettorale indipendente i materiali e i risultati dei voti. Basta poco perché il pur ampio spazio a disposizione si riempia. Arrivano i risultati dai seggi prima più vicini, poi da quelli più lontani. Ci vorranno giornate per poterlo smaltire tutto e inviarlo poi alla Commissione elettorale nazionale.

Oggi comunque è un altro giorno. Non soltanto per questo paese, ma per tutta l'Africa. La gente ha dimostrato con chiarezza di volere pace e democrazia. Ha creduto a questo voto fino in fondo. L'ha riempito di significati, di attese, di sogni. Il Congo di oggi non è più quello di due giorni fa. Si è votato, le gente ha espresso la propria volontà. Adesso tocca a chi sarà eletto non tradire la fiducia di questo popolo. Mentre penso a queste cose mi vengono alla mente i tanti conflitti che hanno insanguinato e insanguinano questo continente. C'è in essi un elemento costante: ognuno di loro è frutto non del destino, neanche della volontà e della bellicosità delle persone o dei gruppi etnici diversi. Dietro ad ognuno ci sta soltanto la lotta per accaparrarsi le enormi risorse del territorio. Gli affari sporchi dei signori della guerra e dei loro accoliti, le piccole strategie delle grandi potenze che vogliono dirigere il mondo sempre e soltanto a loro uso e consumo. La guerra è sempre stata fatta da gruppi dirigenti lontani dal popolo, che badavano soltanto ai propri interessi. Non dal popolo che queste guerre ha soltanto pagato con un contributo di vittime che non ha uguali. L'Africa è un continente fatto di gente che vuole la pace e che per anni, prima con la guerra fredda, poi con quella dei minerali, ha dovuto pagare un contributo di sangue e di vittime ai veri signori del mondo. Ci sarà prima o poi un giorno della verità in cui finalmente si potrà fare giustizia di tanti veri e propri genocidi che la volontà di dominio, di potenza e di sfruttamento delle risorse ha compiuto nell'ultimo scorcio del secolo scorso. Verrà prima o poi il giorno in cui saranno le vittime a parlare. Mi viene in mente un piccolo libretto di Horkheimer: la nostalgia del totalmente altro. La nostalgia di chi crede che, prima o poi, venga il giorno in cui le vittime abbiano ragione dei loro carnefici. La sento forte oggi questa nostalgia. Quando davvero i carnefici verranno alla luce? Quando potremo indicarli a dito, anche se sono potenti? Anche se rivestono cariche importanti? Quando avremo modo di smascherare quelli che per anni hanno parlato di diritti dell'uomo e di democrazia, comportandosi però in modo tale che questi diritti e questa democrazia fossero garantiti solo per loro stessi? Quando si potrà davvero fare giustizia? Non soltanto impiantando corti di giustizia o tribunali, ma avendo la possibilità di conoscere e di dire forte la verità dei fatti.

Passa anche questa giornata. È ormai tardi. Il sole è tramontato. La gente torna a casa. Stiamo parlando tra di noi, verso le nove di sera, quando, d'un tratto la città sembra svegliarsi. Come se qualcuno avesse dato un segnale speciale, da ogni angolo della città cominciano a levarsi voci, canti, urla di festa. Poi la gente scende per strada. È festa. Non è usuale qui. Con la gente abituata al coprifuoco. Ma oggi è un altro giorno. Si possono fare i caroselli per la città. Si può finalmente uscire di casa, riconquistare i propri spazi di vita. Correre portando una bandiera del paese, urlare la propria voglia di vita. Pare d'un tratto che solo il fatto di aver potuto votare abbia cambiato tutto. E' passata la paura. È tempo di ritornare a vivere.

Sono in piazza, quando mi si avvicina un gruppo di giovani. Sono tanti e il gruppo cresce sempre di più. Porto al collo l'accredito di osservatore. Lo guardano e: “Grazie davvero di essere venuti qui. Adesso potete dire a tutto il mondo che in Congo vogliamo la pace. Dite a tutti che qui la gente vuole soltanto vivere”.

È tardi ormai quando mi corico. Non so se sogno ad occhi chiusi o ad occhi aperti. Come sarebbe diverso e più umano il mondo se queste voci fossero ascoltate. Se l'Africa, quella vera, quella delle donne, dei ragazzi, degli uomini di questa città e delle tante altre città di questo continente potesse davvero fare la propria strada, senza dover dipendere dal padrone di turno. Se fossimo capaci di trasformare in politica la danza dolce e frenetica nello stesso tempo che si è svolta stanotte per le strade della città. C'è bisogno non soltanto di una volontà nuova, ma anche di fantasia, di creatività per andare oltre. La politica deve ricominciare a camminare al passo della gente comune. Un passo che qui, in Africa, assume sempre il connotato della danza. Avevo bisogno di venire fin qui per capire davvero e per sognare cosa possa significare davvero danzare la vita. Da ragazzo avevo letto un libro che aveva questo titolo. Non ricordo più neanche chi ne fosse l'autore. Mi aveva colpito, ma era restato come qualcosa di nascosto dentro di me. Stanotte, dopo aver visto i caroselli per lòe vie di Bukavu, mi è tornato alla mente. La vita è ben altro. Me lo ha insegnato la gente di questo paese che, nonostante una guerra che le è costata quattro milioni di vittime, ha ancora voglia di danzare. Continua ancora a credere nella vita.

1 - 2 Agosto: La lava di Goma

Ci vogliono circa cinque ore di battello sul lago Kivu, per arrivare da Bukavu a Goma. Raccontare il paesaggio che si para davanti a chi compie questo viaggio è certo impossibile. Si può immaginare una lunga escursione su un lago alpino, ma con una temperatura primaverile. Il battello è carico di gente. Si parte. Abbiamo deciso di passare due giorni a Goma, per incontrare un'altra faccia di questo enorme paese che è il Congo. Goma è la capitale della provincia del Nord Kivu. Qui la situazione politica è molto più tesa che a Bukavu perché governatore della città è Nkunda, un militare, signore della guerra. Qui si sente forte ilo peso dell'ingerenza del “paese di fronte”. La gente ha più paura. Parla a fatica. Eoppure, nonostante tutto, anche qui si è votato in libertà. Lo dice il risultato elettorale che registra un trionfo di Kabila.

Ai tempi di Mobutu, la città aveva avuto uno sviluppo particolare, anche perché era una delle città scelte dal dittatore per viverci. Per questo a Goma c'era un aeroporto in cui potevano atterrare anche gli aerei più grandi. Ora, dopo l'ultima eruzione del vulcano che dall'alto continua a tenere in scacco la città la pista è dimezzata. La cattedrale è stata sommersa dalla lava, così come una parte consistente della città.

Ma per me venire a Goma ha anche il senso di una sorta di “pellegrinaggio” alle origini. Perché gli inizi di “Chiama l'Africa” partono di qui. Dall'associazione “Muungano” (solidarietà in Kiswaihili), nata qui tanti anni fa ad opera di un gruppo di missionari: Padre Silvio, Paola, Edda, Antonina, Luisa. Silvio, in carrozzella, dopo l'incidente stradale che lo aveva reso paraplegico, si era piantato qui, insieme con loro. Alcune case di legno al bordo dell'aeroporto, il lavoro con i portatori di handicap, la scelta di stare sempre vicini ai più poveri, per cui l'impegno nella prigione. La lotta, fatta di piccole cose, giorno per giorno, per la giustizia e per i diritti umani. Un piccolo centro per curare i bambini denutriti. Niente di eclatante nel loro modo di fare missione. Mezzi poveri e tanta solidarietà, in un legame stretto con gli amici in Italia.

Poi Silvio, dopo 20 anni aveva dovuto tornare in Italia per motivi di salute. Da quel ritorno forzato è nata “Chiama l'Africa”. Proprio per raccontare l'altra Africa. Quella della gente comune che si organizza per vivere, che vuole la pace e la persegue con i piccoli mezzi che ha. L'Africa delle donne, delle mamme che portano e trasmettono la vita.

È Lino che ci viene a prendere all'arrivo. Ex fornaio, 57 anni. Da tre è qui a Muungano e lavora con i bambini di strada. Conosciutissimo da tutti i ragazzi della città è ritornato giovane a vivere insieme con loro. Quando parla non si esprime certo con il francese della Sorbona. Eppure è amato da tutti. Quando arriviamo troviamo Silvio, venuto anche lui qui per le elezioni, insieme con Edda. Luisa è fuori. Suo compito è soprattutto seguire i malati di Aids. Troviamo anche don Bruno, ex cappellano di Lino a Viadana, che è venuto qui insieme con alcuni giovanotti di Cremona per dare una mano durante questo periodo.

La città, che oggi non ha più i lustrini della capitale come ai tempi di Mobutu è coperta di lava. Le strade sono in pietra lavica, durissima. La gente ha cercato di riorganizzarsi anche dopo l'ultima eruzione vulcanica. Rinascono attività produttive. Ma la situazione è difficile. Sia dal punto di vista economico che, come dicevo sopra, dal punto di vista politico. Visito le attività di Muungano: il centro per i bambini di strada di Lino che lavora in collaborazione con il grande centro tenuto dai salesiani, dove questi ragazzi, qualche migliaio, imparano un mestiere e ricominciano a vivere. La prigione, dove Lino si reca ogni giorno. Soprattutto il rinato Centro per la cura dei bambini denutriti. Mi confesso. Non sono arrivato in fondo a questa visita. Ci accompagna uno dei due medici che segue questi ragazzi. Ed è un viaggio dentro la miseria e la sofferenza. Nel cortile ci sono le mamme con i loro bambini che aspettano di essere visitati. Si fa la diagnosi,. Ce ne sono alcuni molto gravi che forse non riusciranno a sopravvivere. Altri invece, con un adeguato periodo di cura e denutrizione potranno riprendersi. Ma poi? Se la situazione continuerà ad essere la medesima. Ritorneranno da capo.

Emilio quasi piange. Esce dalla stanza dove stiamo osservando – da guardoni forse – queste miserie. Quasi piange. Io esco con lui. Non so trattenere neanche io le lacrime. E ci domandiamo come può essere possibile una cosa del genere. Quanto è umano un mondo in cui da una parte ci sono situazioni di questo genere e dall'altra invece si butta via tutto. Cosa c'è che non va in questo mondo? Perché proprio noi che facciamo parte dell'umanità, siamo capaci di arrivare a tanto? A permettere che bambini piccoli, innocenti, senza altra colpa che quella di essere nati, siano ridotti in queste condizioni. Quante migliaia? Quanti milioni? Perché?

Domande senza risposta. Sempre senza risposta.

Giovanna, una laica saveriana, qui insieme con suo marito Paolo, mentre mi riaccompagna alla sede di Muungano, mi parla di un loro piccolo progetto. Mi dice che è qui da due anni e che ricevono, lei e suo marito, per vivere 800 dollari al mese. Sono tanti, racconta, tanto che noi di questi 800 dollari, la metà la mettiamo nel progetto che stiamo portando avanti. L'altra metà ci basta e ci avanza per vivere bene, per mantenere la macchina e la casa. Ma torniamo a parlare dei bambini. Di questi bambini che muoiono per denutrizione, o degli altri tantissimo orfani o di guerra o di malattie, costretti a vivere per strada. Basterebbe poco. Un piccolo lavoro per i genitori, la scuola, l'avvio a un mestiere, un'economia che permetta di vivere. Basterebbe poco. Ma non c'è.

Eppure ogni giorno si parla di questi bambini, si fanno raccolte, si lanciano progetti. Quanto contano? Quanto incidono?

Mi dicono che i rappresentanti degli organismi internazionali, anche dell'Unicef; qui a Goma, arrivano a percepire stipendi che raggiungono i 12.000 dollari al mese. Senza contare che nei loro spostamenti – e sono diversi all'anno – per motivi di prestigio, viaggiano sempre in prima classe. Non voglio proprio sparare nel mucchio. Eppure qualcosa non funziona. E mi vengono in mente le campagne pubblicitarie dell'Unicef, in cui si invita la gente a dare un contributo per i bambini del mondo. Penso a tante persone che sacrificano parte del loro stipendio o della loro pensione. Poi 12.000 dollari di stipendio ai funzionari o ai responsabili. Qualcosa davvero non funziona.

3 agosto: ha vinto il popolo

Ogni coppia di osservatori (25 circa) ha ormai fatto la propria relazione. I risultati sono chiari: le elezioni sono state regolari. Non ci sono stati brogli. Ci sono stati problemi soltanto nella gestione del voto degli analfabeti, perché si sono trovate soluzioni diverse da seggio a seggio. Albino, Lisa e un po anche io ci mettiamo a stendere la relazione preliminare che poi sarà completata e resa definitiva quando tutti i dati saranno disponibili. Per me stare insieme ad Albino e Lisa per stendere questa relazione è soprattutto un esercizio di memoria. Non vorrei dimenticare niente di questo viaggio, Nessun incontro, nessuna emozione, nessuna arrabbiatura, nessun sogno, nessuna preghiera. Vorrei tenerlo questo viaggio come si mantengono le cose rare e preziose. Sono convinto infatti di essere stato in piccola parte testimone di un evento storico. Lo dico, con il mio francese stentato anche alla conferenza stampa con la quale salutiamo la città di Bukavu. “E' stato un evento storico non soltanto per il Congo, ma per tutta l'Africa”. Ne sono convinto. Così come sono convinto che la vera ricchezza di questo paese non sta nell'oro o nel Coltan, ma nella sua gente che in questi anni ha continuato a credere e a sperare nella pace. Non sappiamo ancora chi abbia vinto le elezioni. Ma è certo che il vero vincitore è stato il popolo congolese.

È presto al mattino quando saliamo sui pullman della Monuc e riprendiamo la strada per Kigali dove ci aspetta l'aereo che ci riporterà a Roma. Nessuno difficoltà alla frontiera congolese, tanta burocrazia e qualche ora di attesa – come era previsto – a quella ruandese. Mentre aspettiamo che is svolgano – lentamente -le pratiche burocratiche, ne approfitto per riprendere il discorso con Padre Franco, il missionario che certamente ha la visione più chiara di tutto quello che è avenuto in questa regione in questi anni. Parla poco. Appare poco perchpè cerca sempre di rendere protagonisti gli altri. Ma se siamo qui, se anche questa avventura, come quella di Butembo nel 2001 è andata in porto bene, gran parte del merito è stata sua. Ieri sera, alla conferenza stampa gli abbbiamo consegnato la bandiera della pace. L'ha presa e se l'è messa non solo attorno al collo, ma fin sulla testa. Quasi a volersi fare immergere da questa voglia di pace. Non so di preciso da quanti anni sia qui, Padre Franco, certo più di trenta. Ma so con certezza che dentro questo popolo ci si è immerso tutto: cuore corpo, animo e cervello. Così come tanti altri missionari che hanno deciso di essere congolesi con i congolesi.

Mi convinco sempre di più – ed è questo il pensiero che mi accompagna durante il viaggio di ritorno a Kigali – che a reggere il mondo non sono i cosiddetti grandi. Se il mondo sta in piedi è perché tanti Franco, Silvio, Albino, Lisa, Pierre, Justin, Paola, Edda, Luisa, Lino, Giovanni...e l'elenco è tanto lungo da non finire più, hanno deciso di spendere la vita non solo per se stessi ma per tutti. Hanno deciso di non permettersi di essere felici da soli.

Certo la politica, anche quella difficile del compromesso, deve fare la sua parte, senza della quale non sarebbe possibile gestire questa casa che è il mondo. Noi siamo venuti qui per vivere un evento che è totalmente politico e che della politica porta la grandezza e le contraddizioni. Ma è certo anche che senza l'impegno delle mamme di Bukavu, dei sindacalisti come Pierre che non hanno paura di farsi mettere in galera, dei tanti che senza far rumore hanno deciso di vivere la vita nella dimensione della solidarietà, il mondo sarebbe un po' meno umano.

A Kigali ci aspetta il dott. Pontecorvo e la Segretaria della Ministra Sentinelli. Ripartiamo per Roma con l'aereo che il governo ci ha messo a disposizione. Anche questo un chiaro segnale di una politica che vuole camminare sulle gambe della gente e che non vuole chiudersi nei laboratori protetti della diplomazia dall'alto. La pace la potremo costruire solo mettendoci insieme.

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